L’arte di correre, di Haruki Murakami

Torna in libreria Haruki Murakami con la sua ultima fatica “l’arte di correre”, edito da Einaudi.Tutto parte dalle considerazioni personali dell’autore e da una vicenda autobiografica.Quando, nel 1981, Murakami chiuse Peter Cat, il jazz bar che aveva gestito per sette anni, per dedicarsi solo alla scrittura, ritenne che fosse anche giunto il momento di cambiare radicalmente abitudini di vita: decise di smettere di fumare sessanta sigarette al giorno, e – poiché scrivere è notoriamente un lavoro sedentario e Murakami per natura tenderebbe verso una certa pinguedine – di mettersi a correre. Da allora, di solito scrive quattro ore al mattino, poi il pomeriggio corre dieci o più chilometri, si allenò talmente da riuscire a correre l’intera maratona in Grecia solo qualche anno più tardi.L’esperienza lo coinvolse profondamente.Da allora ha partecipato a ventiquattro di queste competizioni, ma anche a una ultramaratona e a diverse gare di triathlon. Scritto nell’arco di tre anni, “L’arte di correre” è una riflessione sulle motivazioni che ancora oggi spingono l’ormai sessantenne Murakami a sottoporsi a questa intensa attività fisica che assume il valore di una vera e propria strategia di sopravvivenza. “Perché scrivere – sostiene lo scrittore – è un’attività pericolosa, una perenne lotta con i lati oscuri del proprio essere ed è indispensabile eliminare le tossine che, nell’atto creativo, si determinano nell’animo di uno scrittore”.Ecco dunque tutto riassunto in questo libro, in grado di convincere persino i più pigri tra noi che l’attività fisica deve essere parte integrante del nostro vivere quotidiano, il tutto mescolato a profonde considerazioni di filosofia orientale, of course.

Torna il premio nobel Pamuk con un nuovo romanzo

Torna in libreria il grande Orhan Pamuk, con Il museo dell’innocenza pubblicato recentemente da Einaudi. Romantica e dolorosa storia di una incontenibile passione, ma allo stesso tempo uno sguardo ora severo, ora ironico, ma certamente non privo di profondo affetto sulla Istanbul degli anni raccontati nel romanzo e sulla sua contraddittoria borghesia, sempre scissa, allora come oggi, fra tradizione e modernità, fra Oriente e Occidente.Nel primo romanzo dopo il Premio Nobel ricevuto nel 2006, l’autore ci regala lo struggente ritratto di un incontro e la storia indimenticabile di un’epoca e di una città, la sua, Istanbul. Una storia indimenticabile.

La rabbia giovane, torna il grande Philip Roth

Torna in libreria un grandissimo autore, con un nuovo capolavoro: “all’inizio dell’indignazione”, edito da Einaudi, portandoci in un mondo che conosce come il palmo della sua mano. Siamo nell’America del 1951, al secondo anno della guerra di Corea. Ci sono un padre, macellaio kosher, ed un figlio, Marcus Messner, bravo ragazzo ebreo e studente modello, che si amano e vivono una vita tranquilla. All’improvviso però il padre sprofonda nella paranoia: ha paura per il figlio ogni volta che questi mette il piede fuori di casa, trasformando così la vita del ragazzo in un inferno sulla terra. Marcus, alla ricerca della sua libertà, abbandona la casa paterna e si trasferisce in Ohio, da qui, una catena di sfortunati eventi precipitano la storia in un finale inaspettato. Un po’ claustrofobico, un po’ educazione sentimentale alla Flaubert, un po’ romanzo di formazione. In una parola: bellissimo

La resa del Leone, spassoso ritratto dell’Argentina

Decisamente su altri toni, ecco “La resa del Leone”, spassoso e tragicomico romanzo in cui si racconta di un’Argentina che fu, attraverso la descrizione della vita di due amici, che improvvisamente si trovano coinvolti, così come il loro Paese, in una guerra con la Gran Bretagna per il controllo delle Isole Falkland. Decisamente sopra le righe, per riflettere su temi universali, come la vita, il lavoro, la guerra e l’amicizia senza però mai prendersi troppo sul serio. Perfetto per diventare un film dei fratelli Cohen.Il romanzo, di Osvaldo Leone,è edito da Einaudi.

Raimond Carver, Principianti

La mattina dell’8 luglio 1980 Raymond Carver scrisse una lettera angosciata e confusa all’amico ed editor Gordon Lish, che gli aveva appena mandato il manoscritto rivisto di una nuova raccolta di racconti, Principianti. Di alcuni brani Lish aveva tagliato il settanta per cento, riducendo nel complesso il libro della metà e cambiando sia molti titoli e che molti finali. Da Principianti il libro ora si chiamava Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.
Carver implorava Lish di sospendere la pubblicazione del volume e ripristinare i passi tagliati: «Ti dico la verità, qui è in gioco il mio equilibrio mentale. Ora non vorrei fare il melodrammatico, ma davvero ho appena fatto ritorno dai morti per rimettermi a scrivere dei racconti. (…) E adesso ho una gran paura, una paura da morire, lo sento, che se il libro fosse pubblicato nella sua attuale forma revisionata, non riuscirei più a scrivere un altro racconto, Dio non voglia…»
Ma Lish andò avanti per la sua strada. Carver era certamente spaventato dalla prospettiva della pubblicazione, ma altrettanto dall’idea di perdere la stima e l’affetto dell’editor che l’aveva scoperto e aiutato fin dall’inizio della sua carriera. Così si convinse ad accettare l’editing, e la raccolta uscì nella forma che Lish le aveva dato, nell’aprile 1981.
A quasi trent’anni di distanza, oggi possiamo finalmente leggere la versione originale di quegli straordinari racconti. E scopriamo uno scrittore molto diverso da quello che conoscevamo ed assolutamente autentico e potente.Dove l’editor era intervenuto a interrompere una scena prima che raggiungesse la massima intensità, lo scrittore l’aveva lasciata esplodere lentamente. Sotto la forbice di Lish i protagonisti di Carver diventavano uomini e donne senza passato e senza sogni, colpevoli senza movente, ecco invece la loro vita tra le nostre mani. Nel 1982 Carver scrisse a Lish che non avrebbe più accettato «l’amputazione e il trapianto» che aveva subito in passato. E la sua nuova raccolta, Cattedrale, fu salutata da critici e lettori come l’inizio di una nuova stagione in cui l’autore rinunciava agli eccessi del cosiddetto Minimalismo (un’etichetta che Carver non aveva mai amato).
I racconti di Principianti sono seguiti da un apparato di note ai testi che ne raccontano la genesi e da una selezione di lettere di Raymond Carver a Gordon Lish. Assolutamente imperdibile.

Kazuo Ishiguro vince il premio Tomasi di Lampedusa

Il premio Giuseppe Tomasi di Lampedusa è andato allo scrittore giapponese Kazuo Ishiguro per l’opera “Notturni”, edita da Einaudi.
Il Premio gli sara’ consegnato, l’8 agosto, da Enzo Garinei nel corso della cerimonia di premiazione che si svolgera’ nel giardino di Palazzo Filangeri di Cuto’ a Santa Margherita di Belice. Il giapponese fa parte di quella schiera di scrittori detti post-coloniali (Rushdie, Naipaul, Kureishi, Mo, Coetzee, etc.) che con la linfa della loro “cross-culture” hanno rivitalizzato e creato una nuova letteratura in lingua inglese. Nato a Nagasaki nel 1954, all’etài cinque anni arriva in Inghilterra con la famiglia. Quello che doveva essere un soggiorno temporaneo si trasforma in un trasferimento effettivo e il piccolo non fece piùorno in Giappone, se non per rare visite. Laureato in letteratura e filosofia, oggi vive a Londra con la moglie scozzese. Il suo immaginario è interculturale ed egli condivide, con molti scrittori dell’ex impero, un senso di sospensione tra mondi diversi e lontani, un’identità sfumata e fluttuante. Ambientati nel Giappone post-bellico, i suoi primi romanzi Un pallido orizzonte di colline (1982) e Un artista nel mondo effimero (1986) affrontano lo scontro tra generazioni e culture; mentre il celebrato Quel che resta del giorno (1988, vincitore del Booker Prize), fruga nella cara e vecchia Inghilterra. La sua ultima opera, Quando eravamo orfani (1995), presenta la struttura di un giallo, ma l’autore va oltre le convenzioni del genere dipingendo l’affresco della Shangai degli anni Trenta.