Nostalgici rimpianti di Sicilia

tea ranno
Il romanzo In una lingua che non so più dire (Edizioni e/o, pp.223, € 17), della scrittrice siracusana Tea Ranno, che da diversi anni vive e lavora a Roma, è una storia sulla , sulle scelte giovanili che spesso si rivelano sbagliate, sui rimpianti e la nostalgia che si provano da adulti. Sullo sfondo il periodo degli e delle stragi.

Andrea, magistrato sessantenne, da quarantadue anni vive a Milano, dove si é costruito una solida vita borghese. E’ partito dalla per studiare e non vi ha fatto più ritorno. C’è però come un rimpianto dentro di lui, un’assenza che talvolta assume le fattezze di Teresa, la ragazza della quale si era innamorato poco prima di partire e alla quale non si è mai rivelato. Durante gli anni milanesi ha spesso pensato a lei immaginandole una vita più o meno simile alla sua: laurea, matrimonio, figli. Intanto il mondo che Andrea ha abbandonato da ragazzo continua a chiamarlo: con la voce di Teresa e quella del nonno, con il lamento lungo del venditore di sale, i richiami dei pescatori, le filastrocche dei ragazzi, le parole delle donne di casa. Voci che emergono dai recessi del ricordo e si fanno rimpianto, nostalgia, bisogno imprescindibile di tornare.

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