Le porte chiuse di Teheran, per raccontare l’Iran
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Sembra fatto apposta per descrivere dall’interno ciò che anima questo grande paese del Medioriente. L’Iran di oggi, nel ciclone della cronaca, per i brogli elettorali, per la durissima repressione scatenata dal governo (legittimo?) contro chiunque osasse protestare, e per la chiusura ferma e decisa verso una stampa estera, relegata in albergo, che avrebbe potuto raccontare qualcosa di poco conveniente per il regime. Nel romanzo si discute e si racconta di come a vent’anni i venti di ribellione soffiano più forte e più prepotentemente, persino nell’Iran degli Ayatollah, dove il dissenso giovanile cresce, ma si paga a caro, carissimo prezzo. Così Zarah, durante una manifestazione studentesca, viene rapita da agenti in borghese e spedita nel carcere di Evin, la prigione di Teheran il cui nome evoca storie agghiaccianti di tortura e pratiche disumane. Accusata con un pretesto, viene rapata a zero, picchiata e gettata in una cella minuscola, lurida e buia. Per un mese subisce interrogatori infiniti, torture e violenza sessuale. La sua incredibile forza interiore, la consapevolezza della propria innocenza e la capacità di rimanere lucida la salvano dalla follia. Nella sua terra per lei non ci sarà futuro. Almeno per ora.